sabato 17 gennaio 2009

La guerra e il silenzio degli intellettuali

da: http://liberazione.it/giornale_articolo.php?id_pagina=61551&pagina=4&versione=sfogliabile&zoom=no&id_articolo=429926

Angelo d'Orsi
No, non intendo cominciare dalle ultime notizie da Gaza Hell . Le immagini che da quell'inferno ci giungono - carni martoriate, volti sfigurati, corpi carbonizzati - non debbono essere commentate. Bisogna che esse stesse parlino. Domani, non si potrà assolvere né chi sta perpetrando il massacro, né chi lo sta favorendo da complice o da spettatore.

E poi, quali sono le last news from Gaza ? Non diverse dalle penultime, fatto salvo l'intensificazione di quella che si configura come qualcosa che assomiglia ad una soluzione finale della "questione palestinese". Dopo un embargo totale, che dura da due anni (una delle pagine più infami di Israele), l'attacco è la conclusione (per ora) di un'infamia lunga oltre un sessantennio.
Che la leadership politica israeliana e l'Amministrazione statunitense, che da sempre la sorregge, giustifichino questa linea di condotta con la necessità di distruggere Hamas, non stupisce. Né sorprende che i governi di destra siano appiattiti sull'asse Washington-Tel Aviv. Neppure ci dobbiamo strappare le vesti quando sentiamo un Piero Fassino, ministro degli Esteri del "Governo Ombra" della Repubblica Italiana, parlare come il suo omologo in carica. No. Tutto questo non ci stupisce, anche se accresce l'indignazione. Ciò su cui dobbiamo essere intransigenti è invece il silenzio complice dell'élite intellettuale, che dovrebbe essere contraddistinta dalla volontà di capire e di sapere, e dal dovere di suscitare e trasmettere tale volontà. Quello che avvilisce, più ancora delle farneticazioni di una Fiamma Nirenstein, dei commenti di Bettiza, Ostellino, Panebianco, Galli della Loggia; quello che avvilisce è non tanto il loro parlare - prevedibile, e persino già scritto - quanto il tacere altrui; un silenzio distratto o ipocrita; ovvero un balbettio che parla di "eccesso di legittima difesa" da parte degli israeliani; o che pur attribuendo loro qualche responsabilità, le spiega con la sovrappopolazione di Gaza, come se questa fosse una colpa dei suoi infelicissimi abitanti, e dunque ritiene "inevitabile" quell'effetto collaterale chiamato "vittime civili"; o ancora, si adopera, in disinformati o tendenziosi giochi di equilibrio tra gli uni e gli altri, quasi che fosse un match alla pari.

Se le new wars , le guerre del XXI sec., sono caratterizzate dall'asimmetria fra i contendenti, questa di Gaza diverrà per gli studiosi un caso di studio esemplare. Difficile pensare a una tale sproporzione, come testimoniano le cifre: cinque israeliani contro mille palestinesi (ma quanti sono diventati mentre scrivo?), circa metà dei quali sono civili; e occorre aggiungere il computo dei feriti. Quelli palestinesi (diverse migliaia) sono condannati a morire. Gli ospedali, quelli non (ancora) bombardati, sono incapaci di riceverli, e sovente li rimandano a casa, a morire. Mancano medici, farmaci, strumentazioni sanitarie e chirurgiche; mancano energia elettrica, gas, acqua. Ma la differenza abissale è nella capacità offensiva: come si possono paragonare i razzi, quasi sempre artigianali, sparati dai militanti di Hamas (in risposta ai rapimenti dei suoi rappresentanti, agli omicidi mirati del tutto illegali), alla micidiale potenza di fuoco (da cielo, terra, mare) di uno dei più potenti eserciti del mondo (che fa uso tranquillamente di armi vietate)? Né si può continuare a tacere sui giudizi liquidatori applicati ad Hamas, "gruppo terroristico che si è impadronito" di Gaza, dimenticando che questo fu l'esito di un golpe ordito, con la complicità israeliana, da Abu Mazen dopo aver perso le elezioni proprio contro Hamas: e si ignora che questo "gruppo terroristico" ha compiuto negli ultimi tempi un'interessante evoluzione che ce lo rende meno ostico da capire ed accettare, sia pure con le ovvie distanze culturali e ideali che da esso separano. Hamas incarna, lo si dica, la sola vera resistenza all'occupazione. Sta qui la vera, positiva, sproporzione.

Infine, se pure Israele avesse qualche ragione - fingendo di obliterare le due ferite storiche costituite dal 1948 (la costituzione dello Stato ebraico e la contemporanea "catastrofe" dei palestinesi, cacciati dalle loro terre e privati dei loro beni) e dal 1967 (la guerra dei Sei Giorni, con le annessioni di territori da parte di Israele, mai restituiti, e ulteriori espulsioni di abitanti arabi, andati ad accrescere il miserabile esercito dei profughi senza speranza) - ebbene, quelle ragioni di Israele sarebbero da tempo divenute nulle. Non solo per la politica genocidaria verso i palestinesi, ma per il disprezzo delle convenzioni internazionali, delle risoluzioni Onu (oltre 70 condanne per Israele, che risponde centrando con le sue bombe la sede della rappresentanza locale dell'organizzazione), per l'arroganza con cui lo Stato con la stella di Davide si comporta, ritenendo che lo statuto storico di vittime dia agli ebrei il "diritto" di diventare carnefici.

Davanti allo scempio del diritto (quello sancito da leggi internazionali), della morale e della storia (perché si negano in balorde "ricostruzioni sacre" i diritti dei palestinesi su quelle terre), occorre che chi crede nella verità e nella giustizia dica che è ora di finirla con l'uso politico della Shoa. E che una tremenda riproposizione della Storia, in forma rovesciata, vede un popolo perseguitato diventato persecutore. Giustificato dai suoi intellettuali. Un esempio: l'articolo del solito Yehoshua - un campione del "dissenso" interno - per Le Nouvel Observateur e per La Stampa (8 gennaio). E' un testo che va letto per intero, e affidato ai posteri, a dimostrazione che il "tradimento dei chierici" è una costante amara, vergognosa. Ma un passaggio merita una citazione: chi deplora la sproporzione di mezzi tra israeliani e palestinesi, non tiene conto, per Yehoshua, della "capacità di sopportazione e resistenza" di questi ultimi, "infinitamente superiore" a quella dei poveri israeliani. Insomma, ai rozzi arabi, non basta qualche scappellotto, occorre il bastone (e che bastone!).

Involontariamente, però, una verità affiora. La capacità di chi resiste è superiore a quella di chi opprime. Nella storia è sempre stato così. Magari sui tempi lunghi. Ma i popoli sanno aspettare, quando le loro cause sono giuste.

Due appelli del mondo intellettuale (italiano e internazionale) sono sul sito www.historiamagistra.it: le adesioni sono aperte.

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