venerdì 29 maggio 2009

Notizie dall'iniziativa a Immilano, comizio a Santa Sofia

Grande successo per l'iniziativa pubblica tenutasi ieri sera al circolo ricreativo San Martino in località Immilano. Nonostante il cattivo tempo, all'evento sono stati presenti più di una cinquantina di persone. Per quantoo riguarda gli interventi, hanno parlato in ordine Elio Belmonte (assessore PRC al Comune di Luzzi), Francesco Altomare (candidato PRC alle Provinciali), Giovanni Pistoia (candidato PRC alle Europee), Damiano Guagliardi (assessore PRC alla Regione Calabria). Si ringrazino tutti i presenti e l'intera comunità di Immilano che con la propria passione, ogni volta dimostra il grande legame tra questa zona e il circolo di Rifondazione Comunista.

Nelle prossime ore pubblicheremo le foto dell'iniziativa, che in ogni caso sono già presenti sul nostro profilo Facebook: http://it-it.facebook.com/people/Rifondazione-Comunista-Luzzi/1593802612

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Domani 30 Maggio, alle ore 20:30. il candidato del PRC alle Provinciali, compagno Francesco Altomare, terrà un comizio di piazza a Santa Sofia d'Epiro. Già nella giornata di domenica pubblicheremo il report dell'iniziativa e le foto.

domenica 24 maggio 2009

Agenda settimana 25-31 Maggio

In continuo aggiornamento.

Martedì 26 Maggio direttivo allargato a tutta la componente dei Giovani Comunisti.

Venerdì 29 Maggio iniziativa pubblica al circolo ricreativo San Martiono (Immilano) con Francesco Altomare (candidato PRC alle provinciali), Elio Belmonte (assessore PRC al Comune di Luzzi), Giovanni Pistoia (candidato PRC alle europee) e Damiano Guagliardi (assessore PRC alla Regione Calabria).

mercoledì 20 maggio 2009

Domani incontro a Santa Sofia d'Epiro

Domani ore 20:30 il circolo PRC di Luzzi incontra a Santa Sofia d'Epiro il locale circolo PRC.

Tema dell'incontro saranno le prossime tornate elettorali e a questo proposito saranno presenti il compagno Giusto Catanira, candidato PRC alle Europee e parlamentare Europeo uscente, e Francesco Altomare, candidato PRC alle provinciali nel Collegio Bisignano-Luzzi-Santa Sofia d'Epiro.

domenica 17 maggio 2009

Intervista a Pagliarini (candidato alle europee nella Lista Comunista): gli operai Thyssen morti perché l'azienda non volle spendere 20mila euro

Castalda Musacchio

«E' assolutamente necessario che su questo caso restino i riflettori puntati». Gianni Pagliarini, responsabile lavoro del Pdci, è netto. «Per 20mila sporchi euro sono morti 7 operai». La notizia di per sé lascia increduli. Ieri Andrea Brizzi, consulente tecnico dell'Axa, nel corso del controesame nel processo per l'incendio dell'acciaieria torinese della ThyssenKrupp, ha chiaramente riferito agli inquirenti che aveva fatto delle precise raccomandazioni ai dirigenti. Innanzitutto: quella di installare un sistema antincendio lungo la linea 5 dello stabilimento torinese, proprio quella in cui si verificò il rogo che provocò la tragedia. Inoltre - ha riferito ancora Brizzi - «ho auspicato l'incremento del numero degli addetti alle squadre di pronto intervento». Le parole del "teste", sollecitato dalle domande del legale dell'Ad della multinazionale tedesca Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario con dolo, ha inoltre riferito ai pm che «dalle prove effettuate - questa la dichiarazione di Brizzi - le squadre avevano dimostrato capacità di intervento. Non feci alcun rilievo sulla loro operatività, ma rilevai comunque la necessità di aumentare il numero di addetti al secondo intervento», ovvero degli operai addestrati ad utilizzare impianti idrici e idranti. Una raccomandazione, quest'ultima, che risale all'aprile del 2007, ben otto mesi prima del tragico incidente. E, comunque, la raccomandazione venne effettuata almeno un paio di mesi prima dell'annuncio dell'azienda di chiudere lo stabilimento, cosa che comportò anche la riorganizzazione delle mansioni e una progressiva riduzione del personale. In sostanza, proprio la consulenza principale fornita da Brizzi era proprio quella di installare un sistema antincendio lungo quella che divenne poi tragicamente conosciuta come la "linea" della morte. «Quegli operai - conclude Pagliarini - non dovevano morire».

E' davvero dirimente l'elemento fornito dal consulente dell'Axa nel corso del processo alla Thyssen?
Direi proprio di sì. L'elemento acquisito nel corso del dibattimento è di fondamentale importanza. E dimostra quanto sia gravosa la responsabilità della dirigenza Thyssen. Quel consulente ha chiaramente dichiarato di aver sollecitato la multinazionale ad installare proprio lungo la linea 5, quella nella quale si verificò il tragico rogo, un impianto antincendio. E si pensi che quell'intervento sarebbe costato alla multinazionale solo 20mila euro. Si può ben capire di fronte a cosa ci troviamo. Comunque, tutti gli elementi che stanno uscendo da questo processo inchiodano la dirigenza ad una precisa responsabilità. Ci sono state accertate violazioni alla sicurezza dei lavoratori. Personalmente, continuo a trovare scandaloso, oltre che oltraggioso, l'atteggiamento della multinazionale che continua a sostenere che il tutto è dovuto ad una fatalità. Non si tratta di questo: ci sono stati dei lavoratori sacrificati in nome del profitto. E questo "urla" vendetta.

Il processo alla Thyssen sembra ormai oscurato dai media...
E' proprio questo il mio timore. E' invece assolutamente fondamentale che si tengano accesi i riflettori su questo processo. Anche perché proprio contro questo, e vorrei sottolinearlo, il governo sta tentando di agire in ogni modo per depotenziarlo.

A cosa si riferisce?
Per esempio all'intervento, poi caduto nel vuoto, di intervenire sul Testo unico sulla sicurezza tentando di introdurre la norma "salva-manager" che sottrae i dirigenti e le imprese a delle precise responsabilità. Questo è un processo simbolo per tutti i lavoratori italiani.

Il governo non molla comunque sul Testo unico sulla sicurezza...
Dal primo all'ultimo, gli interventi effettuati da questo governo sono stati semplicemente caratterizzati dallo stravolgimento delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro per dare corso, in sostanza, al loro depotenziamento. E questo, vorrei ribadirlo, è anche una questione culturalmente disgustosa. Quando si arriva a dire che le sanzioni per le imprese che non garantiscono la sicurezza dei propri dipendenti sono troppo onerose si compie una precisa operazione culturale, ribadisco, disgustosa. Che lascia senza parole. Per questo quanto accaduto alla Thyssen non si può dimenticare né accantonare.

Sacconi, comunque, è stato fischiato...
Vorrei aggiungere "fortunatamente". Il mondo sindacale, il mondo dei lavoratori, non possono certamente accettare il boicottaggio di norme fondamentali che riguardano la salute e la tutela dei lavoratori. Diritti fondamentali che, ripeto, non possono essere sacrificati in nome del profitto.

http://liberazione.it/giornale_articolo.php?id_pagina=67547&pagina=5&versione=sfogliabile&zoom=no&id_articolo=462212

sabato 16 maggio 2009

Fiat-Opel: lavoratori in lotta, ma non fra loro

Dino Greco
C'è uno straordinario primato che il capitale ha sempre vantato sul lavoro: la sua extraterritorialità, la sua transnazionalità, la sua fantastica rapidità di movimento, che nei tempi della globalizzazione e del trionfo del liberismo-pensiero ha raggiunto il suo acme. Il capitale abbatte ogni frontiera. Il lavoro non vi è mai davvero riuscito. E i conflitti intercapitalistici, fra imprese e poi fra Stati hanno sempre avuto, come conseguenza indiretta, la rottura fratricida fra i lavoratori di quelle imprese e di quei Paesi. Fino all'epilogo estremo. Fino alla guerra, sempre combattuta - per parafrasare Emilio Lussu - "da poveri cristi contro poveri cristi". Tanto quei conflitti che si sono consumati in tempo di pace, tanto quelli passati attraverso la mattanza della guerra, si sono conclusi con colossali processi di "rivoluzione passiva", vale a dire con la restaurazione dei rapporti sociali esistenti, incrinati dalla crisi.
Nella seconda metà del '900, la presenza di un forte movimento operaio e comunista ha obbligato il capitale a compromessi che hanno consentito uno sviluppo democratico progressivo sia pure dentro il modo di produzione capitalistico. Oggi, in una fase di generale implosione della sinistra sociale e politica, non è più così. Con la sola eccezione dell'America latina. Sicché la crisi sistemica più profonda, da ottant'anni a questa parte, del capitalismo e della sua ideologia mercatista, è interamente gestita dal capitale medesimo, dalle classi dominanti. La grande ristrutturazione dell'auto, condotta sull'asse Torino-Detroit dalla coppia Marchionne-Obama ne dà conto con estrema chiarezza.
L'accordo Fiat-Chrysler è la spettacolare rappresentazione di come il capitale si stia salvando grazie alla mano pubblica e dissanguando i lavoratori dell'azienda americana, senza che essi ne ricavino in compenso la benché minima influenza sulle strategie industriali, men che meno sugli assetti proprietari dell'azienda. Anzi, il loro ruolo, come soggetto collettivo, è persino umiliato da quella clausola ingulatoria che impone loro una moratoria di cinque anni sugli scioperi. I lavoratori si immolano, in cambio della garanzia (ma sarà così?) del posto di lavoro, concedendo tutto il resto: ostaggi.
Anche in Europa, che pure viene da un'altra storia, le cose volgono al peggio. L'uso strategico delle delocalizzazioni per mettere stabilimenti e lavoratori in reciproca concorrenza e offrire la sopravvivenza a chi accetta le rinunzie maggiori, in una sorta di asta "a perdere", è largamente praticata.

Non soltanto fra realtà dislocate in Stati diversi (ricordate la Electrolux?), ma anche fra aziende collocate prevalentemente entro i confini di uno stesso Paese (ricordate Marzotto?).
Per questo è sommamente importante che i sindacati metalmecanici italiani e tedeschi stiano provando a non soccombere di fronte alla logica spietata del "mors tua vita mea".
Nell'incontro di ieri l'altro, a Francoforte, Fiom e Ig Metal hanno assunto l'impegno di far causa comune, di scansare il rischio che un eventuale accordo fra Fiat e Opel possa innescare l'ennesima diaspora, l'ennesima contrapposizione fra lavoratori. Riattivare i circuiti della solidarietà, studiare strategie condivise, anche sul complesso terreno del perimetro industriale, delle linee di prodotto, significa attrezzare non soltanto una trincea difensiva, di pura resistenza. E' difficile, perché vi si è costretti da uno stato di necessità. Ma non sono date alternative.
La dimensione dell'iniziativa intrapresa dalla Fiat è planetaria. Abbraccia, oltre agli Usa e al Canada, l'inglese Vauxhall, la svedese Saab, le attività Gm in America latina ed in Sud Africa. E gli stabilimenti Opel disseminati in tutta Europa. E' dunque indispensabile che entri in campo una rappresentanza del lavoro, un interlocutore forte, che tenti di coprire la stessa latitudine. Che si parta dai due Paesi nei quali resiste ancora un solido insediamento sindacale, ispira qualche speranza. Poi c'è la politica. Mentre Barak Obama occupa la scena da dominus. Mentre il governo tedesco è pienamente coinvolto nel destino degli stabilimenti che insistono sul suo territorio, quello italiano è totalmente latitante. Il solo a prender parola è il sottosegretario allo sviluppo economico, Stefano Saglia. Ma lo fa per eludere la richiesta dei sindacati di aprire un tavolo di confronto con l'azienda. «Prematuro», dice. Perché non bisogna disturbare Marchionne, finché le bocce sono in movimento. L'incontro richiesto potrà esserci solo a partita chiusa. Faccia il padrone, che farà senz'altro bene.
Questo e non altro viene dalla immarcescibile vocazione gregaria del governo. Né basta a scuoterne l'ignavia il rischio che la scure possa cadere sugli stabilimenti di Termini Imerese e di Pomigliano. Fanno bene i lavoratori a scendere in campo. E a tenersi uniti. Il primo appuntamento è a Torino, sabato. Tutto il gruppo Fiat mobilitato.

http://liberazione.it/giornale_articolo.php?id_pagina=67503&pagina=1&versione=sfogliabile&zoom=no&id_articolo=461953


http://liberazione.it/giornale_articolo.php?id_pagina=67507&pagina=6&versione=sfogliabile&zoom=no&id_articolo=461980

lunedì 11 maggio 2009

Francesco Altomare candidato alla provincia!

Il compagno Francesco Altomare è il candidato di Rifondazione Comunista (in appoggio a Mario Oliverio) nel collegio Luzzi-Bisignano-Santa Sofia d'Epiro.

Con i lavoratori, vota comunista, vota Altomare!

venerdì 8 maggio 2009

Riunione del direttivo

Stasera 8 Maggio, dalle ore 19:30 in poi, si riunirà il direttivo del Partito della Rifondazione Comunista di Luzzi.

All'ordine del giorno le prossime elezioni europee e provinciali.

Notizie su questa riunione e su quella dei Giovani Comunisti di due giorni fa, si avranno nella giornata di domani.

martedì 5 maggio 2009

Domani riunione Giovani Comunisti

Domani 6 maggio, alle ore 17 e 30, presso la sede cittadina, si riuniscono tutti i Giovani Comunisti iscritti al circolo di Luzzi.

All'ordine del giorno le prossime iniziative della componente giovanile, il tesseramento, la creazione del coordinamento GC.

Informazione dettagliate sulla riunione le pubblicheremo nella giornata di Giovedì 7.

lunedì 4 maggio 2009

Herat, la "missione di pace" italiana uccide una bimba di 12 anni

di Marco Sferini

su Lanterne rosse.it del 04/05/2009

Quello che è francamente inaccettabile, che sprigiona ipocrisia da ogni lettera scritta è il comunicato dei ministeri, anzi dei ministri. Frattini e La Russa se la cavano tranquillamente con la tragica evenienza dei fatti che possono accadere in un teatro di guerra e liquidano così quello che è l'assassinio di una ragazzina di appena 12 anni ad Herat, dove le truppe italiane sono impegnate a "portare la democrazia", a vigilare sulla ricostruzione pseudo democratica di un paese come l'Afghanistan che non smette di essere un viceregno americano nella zona asiatica.

Tutto accade, dicono le ricostruzioni dell'Esercito e quelle afghane, per colpa della pioggia. Sulla Ring road accanto al comando militare di zona piove incessantemente e si vede appena ad un palmo dal naso. La macchina è una Toyota, dello stesso modello - strane coincidenze del destino - su cui Calipari e Giuliana Sgrena erano imbarcati per lasciare Baghdad e dove il funzionario di Sismi trovò la morte. I militari italiani vedono l'automobile che va a passo veloce e decidono che quel fatto desta sospetto, così la inseguono, provano a farla fermare con gli ordinari mezzi di segnalazione. Ma niente. Allora sparano con una mitragliatrice prima sull'asfalto, poi in aria e poi sul cofano. La macchina si ferma. E dentro restano una bambina morta, sua madre e l'autista. Nessun terrorista, nessun talebano attentatore o kamikaze di sorta. Un normale viaggio di una famiglia afghana che finisce in tragedia.
La Brigata Folgore, per bocca del generale Rosario Castellano, fa mille scuse e giura che incontrerà sia i familiari della bimba che il governatore di Herat.
Se mai ce ne fosse bisogno, questa ennesima vicenda dimostra la necessità di disimpegnare tutte le nostre truppe dai teatri di guerra e di riportarle sul sacro suolo patrio. Almeno non potranno più essere adoperate dalla Nato per gli scopi imperialistici degli Usa o incappare in "incidenti" come quello di cui stiamo parlando e che tutto è fuorché un incidente. Può sembrare tale, ma rientra invece nei normali controlli che vengono attivati quando un sospetto sobbalza nella mente di qualche soldato, di qualche graduato, insomma di chi sta lì a presidiare un territorio sempre più perso e in mano alla forze della guerriglia talebana ma dominato dalle strategie economiche americane e inglesi.
La presenza italiana in Afghanistan dimostra solamente che le occasioni per compiere degli errori non mancano mai e tanto meno in un ambiente dove la paura la fa da padrona, dove il terrore è all'ordine del giorno e dove solo un mitra spianato dà una qual certa garanzia di non vedere qualche guerrigliero avvicinarsi e diventare elemento ostile per l'occupante.
Occupante. Sì, siamo e rimaniamo un esercito occupante, truppe straniere che non sono gradite in un Paese dove la guerra continua e dove la parola pace è più di un ricordo, è qualcosa di mai avvertito in Afghanistan da decenni e decenni.
No, ciò che è accaduto su quella strada bagnata di Herat non è un incidente, ma una purtroppo costante sequenza di fatti che si ripetono ogni giorno e che solo quando ci scappa il morto vengono classificati - a seconda di chi sia la vittima - come "fuoco amico", "fatale e tragico errore", "lotta contro il terrorismo".
Ma non sarà che per la popolazione afghana ora, il vero terrore siamo noi? Sono le truppe di "liberazione"? Perché se muoiono dei soldati italiani i giornali online, le grandi corazzate dell'informazione aprono a cinque colonne sui siti e a nove sulla carta, mentre se muore una bambina di 12 anni per un "errore", la notizia finisce al quinto, sesto posto nella home page sia del Corriere che de la Repubblica?
Non è un errore ciò che è avvenuto ieri a Herat. E' un errore la nostra presenza ad Herat. E' un errore che paghiamo caro ogni giorno che passa, salvo leccarci le ferite confortandoci con parole di speranza: "in fondo siamo lì per portare la democrazia, per aiutare gli afghani". Con aiuti che essi non vogliono. Perché i mitra non danno alcun aiuto, perché sostengono solo il potere di altri e l'intromissione economica negli affari di un popolo che ha il diritto di gestirsi da solo.
Ma oggi nel nostro Parlamento non c'è praticamente nessuno che abbia il coraggio di una idea di pace, che la esprima con una interrogazione e che chieda il ritiro dei militari italiani dall'Afghanistan. Anche per questo le parole di Frattini e di La Russa fanno ancora più male. E allora deve tornare tra la gente un sentimento comune che richieda la fine della nostra presenza ad Herat. Deve riaccendersi il movimento per la pace, le nostre bandiere arcobaleno dai balconi: non sono una moda, ma un segnale preciso, deciso e forte per dire che questo Parlamento non rispecchia appieno la volontà popolare e che il popolo italiano si riconosce nella sua Costituzione e nei suoi articoli. Che non contemplano le mitragliatrici in missione di pace e le patetiche scuse dei ministri della destra.

http://www.esserecomunisti.it/index.aspx?m=77&f=2&IDArticolo=28887

domenica 3 maggio 2009

Regione Calabria: parte del PRC boccia la reintroduzione del Ticket

REGGIO CALABRIA - «Capisco la sensibilità sociale che una forza politica come Rifondazione comunista può avere, ma quella sensibilità ce l’abbiamo anche noi. Siamo una coalizione di centrosinistra, la tutela delle fasce più deboli della società calabrese è un elemento che abbiamo sempre tenuto in considerazione, dal piano casa al piano sociale ». Si sfoga con alcuni giornalisti a tarda ora il presidente della giunta regionale Agazio Loiero. La seduta del consiglio regionale si è conclusa da alcuni minuti e il presidente si sofferma davanti alla telecamera di una tv di Reggio, a commentare una giornata che ha segnato per la prima volta una spaccatura netta in consiglio regionale con una parte della minoranza (il Pdl) che abbandona l’aula in modo plateale, con Rifondazione comunista che dopo aver votato i singoli articoli del piano di rientro del debito del 2008, ha lasciato l’aula. «Da Roma mi massacrano, non posso votare», ha spiegato ai colleghi il capogruppo Nino De Gaetano. Rifondazione comunista, come è noto, è in giunta regionale nonostante il parere negativo della segreteria nazionale. Un punto irrinunciabile per il partito è
stato la reintroduzione del ticket. De Gaetano aveva presentato due emendamenti: esonero per i redditi sotto i 24.000 euro; apertura di farmacie comunali in modo da garantire la somministrazione diretta dei farmaci. Entrambi respinti. «Non è escluso che sull’eliminazione del ticket noi in passato abbiamo sbagliato, per mantenere fede a una forzatura in campagna elettorale», commenta il presidente della giunta regionale. «Oggi - chiarisce - cerchiamo di tutelare le fasce più deboli della società, vicino alla soglia di povertà. Però dobbiamo considerare che per quattro anni l’abbiamo tolto a tutti i cittadini calabresi». Sollecitato dal giornalista il presidente aggiunge: «Può darsi pure che sia stato un errore, ma è stato anche un vantaggio per la popolazione. Capisco la sensibilità di Rifondazione comunista, ma oggi abbiamo bisogno di applicarlo».
Con la legge regionale approvata venerdì sera sono stati introdotti controlli sulla prescrizione
dei farmaci per verificare la sperequazione della spesa sul territorio regionale con zone dove ha raggiunto il 25% del fondo sanitario regionale, mentre la media nazionale è del 14%. Il presidente Loiero commenta anche la decisione dei consiglieri regionali del Pdl di abbandonare l’aula. «E’ iniziata la campagna elettorale, hanno fatto un incontro poco prima della seduta con il coordinatore regionale, fino all’altro giorno hanno sempre collaborato». Il governatore non nasconde l’amarezza spiegando che «mai» avrebbe voluto tenersi la delega della Sanità, ma oggi, vista l’emergenza, non può fare diversamente, ma sottolinea «ho sempre coinvolto la minoranza».