domenica 30 novembre 2008

Conflitto! Politica! Ideologia!

I giornali liberal e progressisti hanno costruito tutto la loro campagna informativa sull’Onda studentesca dicendo che questo movimento è decisamente migliore di quello del 68, perché rispetto a 40 anni fa si era riusciti a sfuggire l’ideologia e le sbandate comuniste.

I pochi osservatori attenti della realtà italiano, approfondendo le dinamiche del tentativo delle organizzazioni neofasciste di infiltrarsi nel movimento, sono riusciti a ben capire la vera natura dell’Onda.

Il famigerato Blocco Studentesco, l’organizzazione che fa capo al centro sociale di destra Casa Pound, che urlava “ne rossi, ne neri, ma liberi pensieri”, fino ai fatti di Piazza Navona (dove sono avvenuti gli scontri tra neo fascisti e universitari di sinistra) ha usato una strategia di intrusione praticamente perfetta. Vuoi per il qualunquismo dilagante, vuoi per il fatto che il mito degli universitari di oggi non è più Mao Tse Tung ma Marco Travaglio o Beppe Grillo (due personaggi osannati dal sentore pubblico per il fatto che gettano fango su ogni tipo di pensiero politico, facendone, populisticamente, un'unica unità omogenea) ma il Blocco Studentesco aveva colto il modo migliore per rendersi popolare tra gli studenti: dichiarare il loro “libero pensiero”, il loro essere contro tutti e non riconoscersi nelle categorie storiche della destra e della sinistra. Anche se poi in realtà, nel loro camion nascondevano decine di mazze bardate dal tricolore e la loro tattica per prendere la testa dei cortei era quella classica dei neofascisti, cioè farsi largo a cinghiate.

Le manovre del Blocco Studentesco, mettono a nudo il sentore sociologico che attraversa l’Onda. Questo movimento, che prima dei fatti di Piazza Navona non ha nemmeno avuto il coraggio (la lungimiranza!) di dichiararsi antifascista, è il trionfo della retorica del ribellismo giovanilista, di coloro che dichiarano di andare oltre tutte le astrusità delle vecchie rappresentanze, solo perché in realtà non hanno un minimo di cultura politica.

L’Onda è stata allevata dai pensatori liberal-moderati al dogma della mitezza, alla vacuità del “Yes we can” di Obama, al “serenamente, pacatamente” di Veltroni, proprio perché l’obiettivo di tali intellettuali riformisti (ma che vuol dire poi riformismo? Non è comunismo, non è socialdemocrazia, che cos’è?) era quello di portare i protestanti verso la propria posizione partitica (quel PD alla spasmodica ricerca di una massa da rappresentare). La sua natura è mediatica e antipolitica. Ma dall’antipolitica non potrà mai nascere qualcosa di duraturo.

All’arrivo dei primi freddi infatti, l’Onda sembra essere, se non scomparsa, almeno ridimensionata, quasi che fossimo tornati alle assemblee di settembre fatte da poche decine di persone perché ancora non era esplosa la moda della protesta. Il prossimo appuntamento è lo sciopero generale della CGIL (ma è stata la FIOM ad indirlo per prima) del 12 dicembre. E’ probabile che in quella occasione l’Onda riappaia, ma possiamo esser certi che non saranno cambiati i suoi contenuti.

C’è possibilità che questo movimento abbia successo? Se resterà così, no! Perché non basta entrare in mobilitazione, scendere in piazza con striscioni colorati e urlare slogan ereditati dalla cultura televisiva. La Francia della mobilitazione contro il CPE, è la stessa Francia che pochi mesi dopo ha eletto il conservatore Sarkozy. C’è bisogno di proporre un nuovo modello di società. E c’è bisogno di farlo ora, nel momento di massima crisi del capitalismo.

Per anni quegli stessi intellettuali liberal-moderati che incensano la natura apolitica dell’Onda, ci hanno riempito la testa con la storia che il marcato e la libera concorrenza fossero sopra a tutto. Sopra allo sfruttamento dei lavoratori, sopra ad una classe operaia sottopagata, sopra ai morti sul lavoro. Ora che questo modello è collassato, senza alcun pudore, ribaltano le loro tesi e dicono che c’è bisogno di socializzare! Ma la loro concezione di socialismo, non è quella di Marx. Il loro socialismo è salvare le banche e le imprese in perdita, ma farlo con i soldi dei cittadini contribuenti! Coloro che incensavo fino alla morte il capitalismo, oggi parafrasano Muntzer e dicono “Omnia sunt Communia”. Anche i debiti, però! E questo è inaccettabile, perché la crisi non è stata provocata dai contribuenti, ma da coloro che per decenni hanno gestito il meccanismo economico mondiale.

E’ ora di tornare al conflitto di classe e non fermarsi solo a questo. E’ ora di credere con forza che non solo la classe operaia può andare in paradiso, ma lo possono fare tutti i lavoratori e gli studenti che di questa crisi non vogliono pagare nemmeno un centesimo. E’ ora di tornare a rivalutare il marxismo, come alternativa sociale.

E in tutto questo l’Onda può e deve essere protagonista. Ma può farlo solo un’Onda politicizzata! Ci si politicizzi, ci si ideologizzi prima che tutto finisca e riparta la restaurazione capitalista. E si superino i timori che questo possa portare a defezioni: le defezioni ci saranno in ogni caso, perché la maggior parte degli studenti che si è mobilitata nelle scorse settimane non era guidata da alcun sentimento duraturo. In questo momento, l’azione conflittuale contro coloro che vogliono scaricare le loro perdite su studenti e lavoratori, deve badare alla qualità e alla consapevolezza della propria azione. I grandi numeri non servono a niente se sono vuoti di contenuti.



Luciano Altomare

lunedì 24 novembre 2008

Piccola storia di un ragazzino che qualcuno voleva schedato...

Pomeriggio presto stavo andando all’università. Poco dopo esser partito, sulla strada vedo un ragazzino che si copriva con un ombrello grande quanto lui e che aveva un borsone da calcio grande il doppio di lui. Cercava un passaggio e io l’ho caricato. Ci siamo messi a chiacchierare un po’ e mi ha detto di avere 14 anni e di chiamarsi Florian. Era un romeno.

Visto la sua parlata abbastanza spedita, sono rimasto colpito dal fatto che fosse straniero. Gli ho fatto i complimenti per il suo italiano e gli ho chiesto da quanto tempo si trovasse nel nostro paese, convinto che parlasse così bene perché era molto tempo che abitava in Italia. Lui mi ha risposto invece che è poco meno di un anno che è arrivato da noi! Sono rimasto a bocca aperta: ve lo assicuro, parlava molto meglio di altri suoi coetanei italiani!

Continuando a chiacchierare ancora un po’, gli ho chiesto dove andava con quel borsone e mi ha risposto che andava al Campo Sportivo cittadino perché aveva l’allenamento con i Giovanissimi della squadra locale. Mi ha anche detto di essere tifoso dell’Inter e che il suo calciatore preferito è Ibrahimovic. Quando gli ho detto che io tifo la Juve, si è messo a ridere, visto il risultato di sabato…

Gli ho chiesto allora che scuola facesse e mi ha risposto di essere al primo anno del liceo classico. Lo stesso liceo classico che ho frequentato io. Qui la sua attenzione si è accesa. Mi ha fatto il nome di alcuni professori, per sapere se li conoscessi e io gli ho risposto che non solo li conoscevo ma, attraverso lui, gli mandavo anche i miei saluti. Florian allora mi ha chiesto cosa faccio ora che ho finito il liceo e io gli ho detto di essere all’università. E allora lui risponde con la frase della nostra conversazione che più mi ha fatto contento: “Anche io da grande voglio andare all’università. Oltre, naturalmente, a diventare calciatore…”

Volevo continuare a parlare con questo ragazzino. Volevo chiedergli tante altre cose, se si trovava bene in Italia, se ha mai avuto problemi di razzismo, se ha intenzione di realizzare i propri sogni in Italia o in Romania. Purtroppo eravamo arrivati al Campo Sportivo, e non potevo trattenere la sua voglia di andare a giocare a pallone…

Questi dieci minuti che vi ho raccontato in maniera vendoliana (:D) mi hanno davvero segnato la giornata. Non riesco a togliermi dalla mente l’intelligenza di questo Florian, la sua dignità e la sua naturalezza, quasi che il dramma di aver dovuto lasciare il suo paese per essere catapultato in un mondo in cui persone nella sua situazione devono vivere con l’ostilità e la diffidenza di noi nativi, a lui non lo toccasse proprio.

Sono stato veramente orgoglioso di aver parlato con questo ragazzino che sogna di diventare calciatore e di andare all’università. Sono stato orgoglioso come comunista, perché quel ragazzino è quello per cui lotto.


Luciano Altomare

domenica 23 novembre 2008

Le linee guida di Ferrero

http://liberazione.it/giornale_articolo.php?id_pagina=59204&pagina=19&versione=sfogliabile&zoom=no&id_articolo=417599

Caro Paolo, ho visto l'iniziativa che Rifondazione ha preso di distribuire il pane ad un euro al chilo. Io penso che si tratti di una buona idea ma ho visto che ci sono state critiche di populismo e di insufficienza. Che ne pensi? Come si inserisce questa iniziativa dentro la crisi che sta scuotendo l'economia? Mi piacerebbe avere una tua risposta.
Renzo Belcari

Caro Renzo, ti ringrazio per la lettera che mi permette di precisare meglio alcuni tratti fondamentali della nostra iniziativa politica. Innanzitutto è evidente che la distribuzione del pane ad un euro è emblematica ma non esaurisce la nostra iniziativa politica riguardo al carovita e alla crisi economica. Solo un pazzo potrebbe pensarlo. Io credo che tutte le nostre iniziative, dalla partecipazione alle mobilitazioni degli studenti alla preparazione dello sciopero generale del 12 dicembre alla distribuzione del pane, debbano essere collocate all'interno della proposta di una alternativa di società. Di fronte alla crisi del neoliberismo, di fronte alla crisi dell'accumulazione capitalistica e dei suoi assetti di potere, non basta una risposta difensiva, non basta criticare, occorre proporre un progetto. Occorre proporre una uscita da sinistra. L'elemento progettuale non è un optional ma un elemento concreto di battaglia politica: per contestare efficacemente i provvedimenti che vengono presi dai governi e non risultare subalterni, è necessario indicare con chiarezza una possibile alternativa. Mi pare che i punti fondanti su cui fare leva possano essere così delineati. In primo luogo il controllo pubblico sul credito. Dalla Banca Centrale Europea alle Banche di interesse nazionale occorre definire che il credito non può rispondere ai principi del mercato, della redditività a breve e quindi della speculazione. Il credito ha una funzione strategica nella determinazione del modello di sviluppo e questo deve essere deciso in forma democratica. In secondo luogo la lotta alla speculazione e alla rendita con la tassazione delle transazioni finanziarie a breve, l'aumento della tassazione sulle rendite, la lotta ai paradisi fiscali. In terzo luogo la definizione di politiche di intervento pubblico finalizzate alla riconversione ambientale e sociale dell'economia e della produzione. Nell'attuale crisi sociale e dell'ecosistema non si tratta di proporre un generico rilancio della crescita; occorre partire dalla crisi per proporre una rivoluzione ambientale e sociale della produzione. Connesso a questo intervento pubblico qualificato occorre rimettere al centro la proposta di "de mercificare" i beni pubblici. Dall'acqua al sapere ai servizi relativi alla riproduzione sociale. In quarto luogo una drastica redistribuzione del reddito dal profitto e dalla rendita verso salari, pensioni e allargamento della rete di protezione sociale: proponiamo la generalizzazione degli ammortizzatori sociali per chi perde il posto di lavoro e l'istituzione di un salario sociale per i disoccupati. Gli elementi che ho brevemente indicato, non costituiscono un programma; delineano però le linee di una risposta, alternativa a quella dominante, che dobbiamo far vivere in una battaglia politica, culturale e sociale che ha dimensione internazionale. E' infatti evidente che la dimensione nazionale è del tutto inadeguata per affrontare efficacemente la crisi in atto e per battere le risposte di destra oggi largamente egemoni e caratterizzate dalla logica della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle rendite. Di questa risposta da dare a livello europeo, discuteremo a fondo sabato 6 dicembre a Venezia, in un appuntamento a cui parteciperà Oskar Lafontaine, presidente della Linke tedesca. La nostra risposta, per essere efficace oltre alla dimensione internazionale deve però costruire una relazione tra gli elementi programmatici e la concretezza della condizione sociale nella crisi. Ha cioè a che vedere con la costruzione della piattaforma delle lotte. Innanzitutto il progetto ci serve per contestare a fondo l'idea che la crisi vada affrontata facendo sacrifici. Si tratta di un luogo comune assai diffuso e radicato che deve essere radicalmente messo in discussione: è infatti del tutto evidente che in una situazione di recessione l'ulteriore riduzione del potere d'acquisto delle persone avrebbe l'unico effetto di aggravare la recessione. Occorre quindi rovesciare la logica dei sacrifici sia sul piano quantitativo (la redistribuzione del reddito) che su quello qualitativo (la modifica del modello di sviluppo). Per evitare che la crisi abbia una uscita a destra in termini di guerra tra i poveri (razzismo) e di guerra tout court (nazionalismo), occorre concentrarsi proprio sull'intreccio tra lotte e piattaforma, tra progetto politico e difesa degli interessi materiali degli strati subalterni. Questo siamo impegnati a fare in vista dello sciopero generale e proponiamo a tutte le forze della sinistra di farlo unitariamente. Cosa c'entra tutto questo con la distribuzione del pane ad un euro al chilo? A mio parere moltissimo. In primo luogo è una azione di denuncia. Se un piccolo partito come Rifondazione Comunista può distribuire il pane ad un euro, perché il governo non fa nulla contro il carovita, per ridurre i prezzi e accorciare le filiere? Ridendo e scherzando in queste poche settimane abbiamo distribuito oltre 40mila chili di pane, abbiamo dato il pane e i volantini a 40mila persone. Una goccia nel mare ma queste cifre dicono di quanto potrebbe fare il governo se solo volesse intervenire contro la rendita e la speculazione. In secondo luogo è una azione da cui possono partire e solidificarsi esperienze di mutualismo e solidarietà. Di fronte alla crisi economica non basta denunciare e lottare. Occorre anche mettere in piedi iniziative concrete che intervengano direttamente sul disagio sociale. Noi il pane non lo regaliamo, lo distribuiamo a prezzo di costo; non facciamo la carità ma proponiamo una forma di organizzazione proletaria. Occorre estendere e stabilizzare una rete di gruppi di acquisto popolare e solidale per ricostruire un tessuto sociale solidale. Occorre generalizzare elementi di autogoverno consapevole per contrastare la disgregazione sociale e la guerra tra i poveri, ricostruendo la trama e l'ordito di una soggettività alternativa. Dagli anni '80 in avanti la politica ha perso continuamente credibilità mentre hanno acquistato una forte autorevolezze le pratiche di volontariato e l'associazionismo. Dobbiamo imparare la lezione perché in realtà questo processo è parallelo alla progressiva identificazione della politica con la sfera della rappresentanza. La politica, quella buona, non è mai stata solo rappresentanza istituzionale ma soprattutto costruzione sociale, capacità non solo di registrare le opinioni ma di operare nel concreto per trasformarle a partire dall'organizzazione sociale. Occorre imparare dalla storia del movimento operaio che non è fatta solo di rappresentanza politica ma anche - soprattutto - di lotte e di mutualismo. In terzo luogo questa pratica sociale propone una forma di agire politico basata non solo sul dire ma sul fare. Il fatto di entrare in relazione concretamente con le persone a partire da una risposta parzialissima ma concreta ad un bisogno reale, qualifica le nostre parole. La nostra gente tende a non fidarsi più delle parole. Ne ha sentite tante ma poi ha esperimentato concretamente la propria solitudine di fronte al grande processo di impoverimento che da anni vive. Il piccolo gesto della distribuzione del pane non sostituisce ma qualifica, dà credibilità al nostro discorso politico. Se è vero che i programmi - come diceva Engels - sono delle bandiere rosse piantate nella testa della gente, bisogna sapere che il programma non può essere fatto solo da parole ma anche da pratiche e da sentimenti. E' fatto anche dalla condivisione. Da ultimo la distribuzione del pane parla di noi, prova a cambiare la percezione che di noi ha la nostra gente. Normalmente quando distribuiamo volantini siamo sottoposti a critiche opposte: perché avete fatto cadere il governo? Perché non avete fatto cadere il governo che non ha fatto nulla per noi? La nostra immagine - ma per coloro che ci guardano la nostra immagine coincide con la nostra identità - è appiattita sulla lente deformante del sistema politico bipolare che ha su di noi un effetto devastante. Abbiamo sempre detto che il bipolarismo serviva a garantire l'alternanza tra simili e ad uccidere l'alternativa; purtroppo abbiamo ragione. Oggi la nostra immagine è in larga parte definita dalle nostre disgrazie interne alla collocazione politica nel sistema bipolare. Se rimaniamo prigionieri di questa immagine verremo definitivamente spazzati via perché percepiti come ceto politico inutile. Dobbiamo operare per una radicale ridefinizione della nostra immagine. Dobbiamo agire come partito, dobbiamo lavorare all'alternativa sottraendoci allo schiacciamento su un sistema politico bipolare creato per distruggerci. La linea che ci siamo dati al congresso, di rilanciare Rifondazione Comunista in basso a sinistra, sarà divenuta operante quando distribuendo un volantino verremo riconosciuti per quelli che distribuiscono il pane ad un euro o per quelli che organizzano le lotte contro governo e padroni. Per noi è decisivo ricostruire la nostra identità a partire dal nostro ruolo sociale, dalla nostra utilità sociale; il pane serve anche a questo, a cambiare terreno di definizione della nostra identità.

sabato 22 novembre 2008

Quanto può fare un presidente

di Giulietto Chiesa

Il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barak Obama, è sicuramente di altra stoffa rispetto al suo predecessore. Una cosa, prima di ogni altra, lo differenzia da George Bush: quella di essere stato eletto. Infatti, nell'euforia della appena terminata campagna elettorale e, nell'evidente esagerazione delle sue fantasmagoriche qualità democratiche, tutti hanno dimenticato che nel 2000 si verificò negli Stati Uniti qualcosa di molto simile a un colpo di stato.

Nel quale un presidente legittimo - Al Gore, che stava vincendo, perfino in quella Florida dove la campagna elettorale era stata distorta da chiarissime irregolarità - venne detronizzato dalla decisione a maggioranza della Corte Suprema degli Stati Uniti, che interruppe la riconta dei voti e assegnò la vittoria al perdente.

Poi il silenzio cadde sull'intera vicenda e il mondo intero andò nella direzione in cui volevano che andasse gli organizzatori di quel colpo di stato, cioè in guerra.

Tutti, ora, abbiamo misurato il disastro che quel gruppo di avventurieri provocò. E Obama eredita un paese in piena crisi, politica, prima ancora che economica e finanziaria. Una crisi che non ha precedenti, per gravità, nell'intera storia degli Stati Uniti d'America, a partire dalla sanguinosa, ma lontana, guerra civile.

Ma chi è Barak Obama, e cosa potrà fare per uscirne, ancora nessuno è in grado di dirlo. Possiamo solo giudicare dagli aspetti esteriori, che sono tutti, in primo luogo mediaticamente, positivi. Ma, lasciando da parte la giovinezza, l'aspetto estetico, il colore della pelle, la voce, la moglie - cosa di cui tutti hanno parlato fin troppo - e andando al sodo del suo programma, si può solo dire che il nuovo presidente e la sua squadra s'inseriscono perfettamente nella tradizione dei presidenti democratici americani.

Un uomo dalla breve carriera, che emerge da un piccolo passato di esperto per conto di istituzioni legate alla grande finanza americana e internazionale, come la Gamaliel Foundation, la Woods Fund, la Joyce Foundation, l' Annenberg Foundation, e altre che fanno riferimento a un centro assai più noto e influente come la Fondazione Ford. La classe finanziaria dominate lo conosce e lo apprezza, e non gli ha lesinato aiuti. Ai quali egli dovrà corrispondere in qualche modo non certo marginale.

Obama è stato un candidato popolare, indubbiamente, ma è anche stato il candidato scelto dalle elites americane più intelligenti e da quei settori dell'establishment che sono stati in grado di misurare il guasto prodotto da George Bush Junior. Sono questi gruppi, in cerca di un'alternativa al disastro americano, che hanno «inventato» Obama.

Invenzione, per la verità, di notevole efficacia, perchè ha consentito di incassare un immediato ritorno d'immagine per gli Stati Uniti: come paese capace di reagire, di reinventarsi, di riprendere la leadership mondiale, di ricominciare a dialogare almeno con gli alleati più vicini. Qualcosa di simile a una «nuova frontiera» kennediana, sicuramente qualcosa che ha molto a che fare con la retorica del «sogno americano» che non finisce mai.

Produrrà cambiamenti questo nuovo protagonista, uscito dal cappello a cilindro della crisi della globalizzazione mondiale?

Qualcosa cambierà, sicuramente. Il mondo sa ormai che la radice della crisi sta in America. Non si potrà fingere oltre. Gli Stati Uniti , le loro corporations, sanno che senza l'Europa l'America non potrà uscirne. L'Impero, da solo, non può farcela e questo significa già che non è più l'Impero. Quindi cambierà la politica americana verso l'alleato europeo.

Su questo aspetto Obama procederà dunque indisturbato. Non avrà ostacoli «interni». Al contrario. Alcune scelte saranno dolorose, per l'industria degli armamenti in particolare, come quella della rinuncia al sistema missilistico da installare in Polonia e con il radar annesso in Repubblica Ceca. Ma credo che Obama le farà entrambe, perchè sono invise alla maggioranza dei gruppi dirigenti europei: proprio quelli che Washington deve riportare sotto l'ala della sua fraterna amicizia. L'altra scelta europea che Obama farà sarà quella di frenare, dilazionandola a tempi migliori, l'idea dell'ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato.

Non credo che questo significhi la rinuncia all'obiettivo strategico di indebolire e accerchiare la Russia, fino a soffocarla - obiettivo che resta fondamentale per le elites americane. - Ma significa prendere atto che l'Europa non può permettersi di andare a rompersi le ossa in una contrapposizione frontale con la Russia di Putin-Medvedev, dalla quale ha tutto, proprio tutto da perdere. Se Washington insistesse ancora in quella direzione non c'è alcun dubbio che le crepe dell'Alleanza Atlantica si farebbero molto vistose e tremendamente, per gli Stati Uniti, pericolose. Quindi qui ci sarà un netto rallentamento. Anche a costo di deludere tutti gli alleati est-europei che in questi anni bushiani erano stati incoraggiati a andare a testa bassa contro la Russia.

Tuttavia non è ancora affatto chiaro se Barak Obama e i suoi consiglieri si siano resi conto che la guerra scatenata da Saakashvili contro l'Ossetia del Sud ha provocato a Mosca un secco e radicale irrigidimento. Il Cremlino ha fatto capire che altre ritirate, del tipo di quelle che hanno caratterizzato l'ultimo quindicennio, non ve ne saranno. Quindi il nuovo presidente americano dovrà far capire se vuole correggere almeno la sua tattica verso la Russia, e in che modo, oppure se intende mantenere alta la pressione. Da questo molte cose dipenderanno.

C'è un altro bastione sul quale Obama non può far naufragare le sue promesse: è sulle politiche sociali. Cercherà probabilmente di attuarle. Ma questo implica una coraggiosissima politica di new deal , che comporta una serie di scelte radicali di redistribuzione della ricchezza. Qui il conflitto sarà assai maggiore, perchè, per quanto ampia sia stata la sua vittoria elettorale, è altrettanto vero che la classe dirigente oligarchica degli Stati Uniti non è in grado - prima di tutto psicologicamente, e culturalmente - di affrontare alcuna redistribuzione delle sue immense ricchezze. Meno che mai è all'altezza di questi filantropici sentimenti il complesso militare industriale che ha portato al potere, con la forza, la squadra di George Bush-Dick Cheney.

Non è pregiudiziale pessimismo quello che muove queste considerazioni: è l'elementare constatazione che, se le elites americane fossero all'altezza di queste considerazioni, l'America non si sarebbe trovata nelle condizioni disastrate in cui si trova e in cui ha gettato il mondo, a forza di stock-options che i ricchi hanno regalato a se stessi a prescindere dalle paurose bolle speculative nelle quali hanno prolungato l'agonia globale nel corso degli ultimi dieci anni.

Nel suo primo, e forse ultimo, incontro con Bush, alla Casa Bianca, cosa gli ha chiesto Obama? Di trovare i soldi per sostenere l'industria automobilistica! Certo sarà una boccata d'ossigeno per l'occupazione e, certo, è difficile per un Presidente americano dover registrare il fallimento della General Motors. Ma è del tutto evidente che per questa via si torna alla riproposizione del modello fallimentare di crescita che ha prodotto il disastro.

C'è un altro tema, internazionale, anzi globale, su cui Obama è chiamato a cimentarsi subito, nei primo anno, anzi nei primi mesi, della sua presidenza: quello dei mutamenti climatici e del «dopo Kyoto». Da qui a Copenhagen 2009 - luogo dove dovrà sfociare, se sfocerà, l'accordo che sostituirebbe Kyoto dopo il 2012 - c'è circa un anno. Gli Stati Uniti devono dire se intendono partecipare allo sforzo planetario, promosso dall'Europa, per ridurre le emissioni di gas serra e per contenere il riscaldamento climatico del pianeta. Anche su questo, forse soprattutto su questo, si misurerà la capacità dell'Impero di riprendere la leadership globale. In caso di insuccesso il prestigio degli Usa, specie nei confronti dell'Europa, cadrà ulteriormente in basso. Ma una resa di Obama ai petrolieri, in questo senso, sarebbe un segnale negativo drammatico della volontà di Washington di perseguire ancora l'idea, altamente contraddittoria, al tempo stesso unipolare e isolazionista.

In tema di Palestina e Israele, Obama ha già detto il peggio che poteva dire: Gerusalemme capitale d'Israele è uno schiaffo in faccia perfino al presidente palestinese in carica. Quasi una dichiarazione di guerra al popolo palestinese. Si sente subito la potente influenza delle lobbies ebraiche, esercitata nel corso di tutta la campagna elettorale. La nomina eventuale di Hillary Clinton alla Segreteria di Stato confermerebbe questa linea: anch'essa tale da accrescere le difficoltà nei rapporti tra Europa e Stati Uniti.

Infine un ultimo tema appare di insolubile soluzione per Barak Hussein Obama: l'Iran. La presenza nella sua squadra di falchi riconosciuti come Zbigniew Brzezinski lascia presagire che, nel corso del primo suo mandato, il nuovo presidente americano dovrà prendere la decisione cui George Bush non poté risolversi (sebbene ne avesse avuto una grande voglia): l'attacco contro l'Iran. Di fronte alla certezza della prosecuzione del programma nucleare iraniano, tutti i think-tank di Washington sono alle prese, bipartizanamente , con tutte le varianti dell'uso della forza militare per fermare Teheran. Israele ha tutte le carte per premere e per ottenere la partenza di una tale offensiva, poiché si può escludere che Tel Aviv consideri di poter accettare, sotto qualsiasi forma, il rischio di un Iran nucleare.

La fretta con cui Obama è stato trasformato in una icona potrebbe presto rivelarsi come un grave errore. I problemi dell'America sono assai più grandi di un presidente. A meno che si tratti di un presidente capace di fare la perestroika dell'America.

Fonte: www.giuliettochiesa.it

mercoledì 19 novembre 2008

Striscia di Gaza, la Marina israeliana rapisce attivista italiano insieme a pescatori palestinesi e altri attivisti internazionali.

tratto da: http://cpr.splinder.com/post/19094675/Vittorio%2C+siamo+con+te!

La mattina del 18 novembre, al largo delle coste di Gaza, la Marina israeliana ha attaccato pescatori e attivisti dell’International Solidarity Movement. Le navi da guerra hanno circondato diverse barche da pesca, sequestrando 14 pescatori e 3 attivisti internazionali.
Tra i pacifisti arrestati, Andrew Muncie, Darlene Wallach (Usa) e Vittorio Arrigoni.
Sono state informate del rapimento le ambasciate della Gran Bretagna, degli Stati Uniti e dell’Italia. I pescatori stavano pescando a 7 miglia al largo delle coste di Deir Al Balah, in acque gazesi, ben all'interno dei limiti di pesca definiti negli accordi di Oslo del 1984!

I tre attivisti sono stati portati al centro di detenzione dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv dove hanno passato la notte. Questa mattina sono stati trasferiti a Ramlè alla prigione Maasiyahu. I motivi di questo trasferimento sono, al momento, sconosciuti.

Ieri Vittorio Arrigoni ha telefonato alla sua famiglia e ha comunicato che, durante l’arresto e il trasferimento dai pescherecci alle navi da guerra, sono stati colpiti con le pistole che sprigionano scariche elettriche e poi lasciati immersi in acqua per mezz’ora. Vittorio è anche titolare del blog GuerrillaRadio.


Pare le condizioni di questo carcere non siano brutte (quello di Ramlè) e che loro si trovino insieme ad altri attivisti stranieri e non con criminali israeliani. Pare anche che abbiano deciso di resistere pacificamente e di opporsi alla loro espulsione.

I 15 pescatori palestinesi sono invece stati rilasciati questa notte e sono rientrati a Gaza.
Questa mattina attendevano l’arrivo di due avvocati e del Console italiano Felip.



L'arresto di Vittorio, come degli altri due attivisti, è illegale. Secondo quanto riferito al Ministero per gli Affari Esteri dal Consolato generale di Gerusalemme, che si è subito attivato, Vittorio aveva già un decreto di espulsione da Israele dal 2005 e potrebbe essere considerato recidivo: questo aggraverebbe notevolmente la sua posizione. C'è da considerare però che, secondo il Diritto internazionale, l'arresto di Vittorio è avvenuto in acque internazionali (a 7 miglia dalla costa di Gaza) per cui è da ritenersi (sempre per il Diritto Internazionale) del tutto illegittimo.

Il caro Vittorio sconta il fatto di non aver voltato lo sguardo di fronte a quell'obbrobrio che è il lager di Gaza, di non aver accettato che la politica criminale e genocida del governo israeliano si manifestasse impunemente, senza che qualcuno avesse difeso la dignità e la libertà dei fratelli palestinesi. Da anni, ormai, manifestiamo il nostro dissenso, gridando Gaza vivrà e supportando le cause dei fratelli palestinesi, ma pare che la cortina fumogena della disinformazione italiana continui a funzionare bene ed a tenere nascosto questo crimine immondo.

Quel lager a cielo aperto (Gaza), messo in piedi dallo stato israeliano con la connivenza delle democrazie occidentali deve essere liberato, così come devono essere liberati tutti i prigionieri palestinesi detenuti illegalmente nelle carceri israeliane. Deve essere liberato subito il nostro Vittorio, così come tutti gli altri attivisti detenuti illegalmente da uno stato razzista qual è quello israeliano.

La notizia è circolata per tutta la giornata nella "blogosfera", sulla stampa e sulla BBC, ma non ha trovato eco nel frivolo TG1, troppo impegnato a raccontarci le paturnie menopausiche di Hillary Clinton e le bravate del nano che fa cucù settete alla Merkel (sperando non le abbia messo una mano sul sedere). Non conta nemmeno che la notizia riguardi un cittadino italiano. Sapete com'è, nell'informazione italiana che si preoccupa, a fronte di 3000 morti per un terremoto in un paese del terzo mondo, di tranquillizzarci per prima cosa che "nessun italiano è rimasto coinvolto", se un nostro connazionale viene invece arrestato in Palestina, il fatto non sussiste.

Nel silenzio concordato tra i media sulla Palestina, a parte qualche reportage sui catfight tra cristiani che si rotolano nel fango davanti al Santo Sepolcro, giusto per movimentare le giornate, si fa finta di fare informazione e giustificare lo stipendio dell'inviato. La lezione è che in Occidente di ciò che accade in quel lembo di terra non deve interessare. Non è cosa nostra, secondo la stampa embedded e secondo i dettami israeliani.

Tutta la nostra solidarietà va a Vittorio e a tutti quelli che, come lui, sosno detenuti per le loro scelte politiche.

Contro il regime sionista, per la libertà di tutti i detenuti politici! A pugno chiuso!



Nel video si vede come i pescherecci palestinesi al largo di Gaza vengano attaccati a colpi d'arma da fuoco e colpiti da forti getti d'acqua per impedir loro di svolgere la loro attività di pesca, adducendo il fatto che violerebbero il limite di sei miglia prestabilito. Gli attivisti internazionali accompagnano i pescatori per proteggerli ed è proprio durante una di queste azioni che Vittorio, Darlene e Andrew sono stati catturati.

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Contatti ed informazioni in inglese

FOR IMMEDIATE RELEASE

CONTACT:
Caoimhe (Gaza) + 972 598 273 960
Donna (Gaza) + 972 598 836 420
Fida (Gaza - Arabic) – + 972 599 681 669
ISM Media Office - + 972 2-2971824

Fifteen Palestinian fishermen along with three internationals have been kidnapped in Palestinian waters by the Israeli Navy. They were fishing seven miles off the coast of Deir Al Balah, clearly in Gaza fishing waters and well within the fishing limit detailed in the Oslo Accords of 1994.

The fishermen and the human right's observers were transferred from 3 separate boats to the Israeli warships. Other Palestinian fishermen reported that the 3 boats were seen being taken north by the Israeli Navy.

The three internationals are Andrew Muncie from Scotland, Darlene Wallach from the United States and Victor Arrigoni from Italy. The U.K., U.S. and Italian embassies in Tel Aviv have been contacted and know about the abductions.
Please call the Israeli Ministry of Justice at +972 26 46 66 66 and register your outrage over these illegal actions by the Israeli Navy. Then call the Embassies in Jerusalem and make sure they know that many of us are appalled by Israel's illegal search and seizure.

Stephen Brown, UK Consulate +972 25 41 41 00
U.S. Consulate General + 972-2-6227230
Luigi MATTIOLO, Italian Ambassador +972 3 5104004

Oggetto: Update on the kidnapped fishermen and internationals

I just spoke to Stephen Brown, the UK consulate, and he has received an email from the Israeli authorities that Andrew is in the detention center at Ben Gurion Airport, probably on his way to being deported. Neither the U.S. consulate nor the Italian consulate have been forthcoming about Vik and Darlene. If you want to call them, their numbers are below.

U.S. Consulate General + 972-2-6227230
Luigi MATTIOLO, Italian Ambassador +972 3 5104004